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il caso 7 aprile

 

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11 anni, un mese e quattro giorni: è durata un periodo così lungo la normalità di un Paese che vive senza essere esposto ai colpi mortali del terrorismo. Il 16 aprile 1988, a Forlì, era stato Roberto Ruffilli, 52 anni, politologo, collaboratore dell'allora presidente del Consiglio De Mita, l'ultima vittima delle Brigate rosse.  Il 20 maggio 1999, a Roma, la stessa sigla di un partito armato che si credeva estinto rivendica l'assassinio di Massimo D'Antona, 51 anni, consigliere del ministro del Lavoro Bassolino. Tra queste due date un lasso di tempo che equivale quasi al formarsi di una nuova generazione. L'attentato avviene in un momento delicato della politica italiana che vede un governo di centro-sinistra militar- mente impegnato, tra mille lacerazioni, nei bombardamenti della NATO sulla Serbia e sul Kosovo. Se a commet- tere l'omicidio D'Antona è stata davvero una nuova forma di eversio- ne, quell'attacco è stato a freddo, ma vecchio nel metodo, nel linguaggio e nelle prospettive di lotta armata che intende aprire. Il volantino di rivendi- cazione e la paternità assunta da un gruppo di brigatisti irriducibili in carcere a Novara non sembrerebbero



lasciare dubbi. Lasciano perplessi, invece, buona parte del contenuto e del linguaggio di quella rivendicazione, le modalità anomale di esecuzione del delitto e soprattutto la sua episodicità: con D'Antona le BR vogliono eliminare il simbolo, per altro perfet- tamente intercambiabile, di quello che loro chiamano <<il progetto politico neo-corporativo del "Patto per l'occupazione e lo sviluppo">>. E dopo questo attacco? Silenzio assoluto per più di un anno. Armi rinfoderate, bocche cucite, progetti armati tornati di nuovo nel cassetto. Quanto c'è di vero e quanto c'è di falso nell' omicidio D'Antona?


IL VOLANTINO DI RIVENDICAZIONE

LA RELAZIONE DELLA COMMISSIONE STRAGI

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